Il caso "Crox" torna in Corte d'Appello

di Vanni Biordi

10 Novembre 2025

Si è aperta oggi, dinanzi alla Corte d'Appello del Tribunale per i Minorenni dell'Aquila, una delle pagine giudiziarie più drammatiche e delicate degli ultimi tempi in Abruzzo: il processo di secondo grado per l'omicidio di Christopher Thomas Luciani, sedicenne noto agli amici come "Crox", massacrato con 25 coltellate nel parco Baden Powell di Pescara il 23 giugno 2024. Le condanne in primo grado, a 19 anni e 4 mesi e 16 anni per i due coetanei rei confessi, avevano già segnato una severità inusuale per la giustizia minorile, ora chiamata a riconfermare o ricalibrare un verdetto che poggia su due pilastri accusatori di titanico peso: la crudeltà e i futili motivi. Il cuore pulsante del dibattimento di Appello, e l'aspetto su cui si concentrerà la maggior parte della battaglia difensiva, è inevitabilmente legato alla valutazione della capacità di intendere e di volere dei due imputati al momento del fatto, e in particolare del primo aggressore, figlio dell'avvocatessa, condannato alla pena più alta. Il rito abbreviato in primo grado aveva già visto la discussione approfondita di una perizia psichiatrica disposta proprio dalla difesa. Tale elaborato, pur riconoscendo la sussistenza di un quadro di "personalità anaffettiva e manipolativa" per uno dei due, aveva comunque concluso per la piena imputabilità. Un esito, questo, che ha spianato la strada al riconoscimento delle aggravanti di crudeltà e futili motivi da parte del giudice Cecilia Angrisano. In Appello, il lavoro degli avvocati difensori sarà quello di rimettere in discussione l'esatto peso di quelle fragilità psichiche, chiedendo alla Corte di valutarle non come semplice sfondo, ma come elementi capaci di scalfire, se non abbattere, la piena consapevolezza e volontarietà di un'azione tanto efferata. Il punto decisivo è stabilire quanto la giovane età, unita a eventuali disturbi della personalità, possa aver influito sulla "coscienza del disvalore" dell'atto commesso. Le 25 coltellate, la sigaretta spenta sul volto della vittima, le risate e il bagno al mare subito dopo, descritti nelle ricostruzioni e nelle ordinanze, dipingono un quadro di assoluta e glaciale mancanza di empatia. Le aggravanti contestate come la crudeltà e i futili motivi, per un debito di circa 300 euro per droga, sono state determinanti per l'entità della pena in primo grado. Ma insistiamo sui futili motivi. Il debito, seppur per droga, è stato ritenuto sproporzionato rispetto alla violenza omicida scatenata, consolidando l'aggravante. La difesa potrebbe tentare di contestare la natura "futile" del movente, magari ricollegandola a un presunto "codice d'onore" deviato e giovanile legato allo spaccio, cercando così di declassare il movente o di mitigare il suo impatto. La dinamica dell'omicidio, con l'infierire reiterato e persino sul corpo esanime della vittima, rende oggettivamente difficile l'annullamento di questa aggravante. È qui che però la perizia psichiatrica torna centrale: Una limitata capacità di intendere e di volere, infatti, potrebbe essere usata per sostenere che la crudeltà non fu esercitata con la piena e lucida consapevolezza di voler infliggere sofferenze gratuite e inumane, ma piuttosto come manifestazione impulsiva e patologica di un disagio psichico preesistente.   La Corte d'Appello è chiamata, quindi, a un delicatissimo bilanciamento tra l'obbligo di rieducazione tipico della giustizia minorile e la necessità di una risposta severa a un crimine di inaudita gravità. Le pene inflitte in primo grado sono già prossime al massimo applicabile in tale contesto. L'obiettivo delle difese sarà quello di ottenere una riduzione, puntando sulla mancata piena consapevolezza e sul principio che la pena, nel diritto minorile, debba sempre mirare al recupero. La comunità pescarese e abruzzese attende il verdetto, sperando che la giustizia possa illuminare, se non sanare, la brutalità di un gesto che ha strappato un sedicenne alla vita per un pugno di euro e "fumo".

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