16 Gennaio 2026
All'inizio sembrava una giornata tranquilla. Poi è esplosa la rabbia. Quando la Corte d'Assise dell'Aquila ha letto il verdetto, fuori dall'aula è partito un coro: «Vergogna, vergogna». Anan Yaeesh è stato condannato a cinque anni e mezzo di reclusione. Gli altri due imputati, Ali Saji Ribhi Irar e Mansour Doghmosh, sono stati assolti con formula piena per non aver commesso il fatto. Sei ore di camera di consiglio. Un collegio composto dal presidente Giuseppe Romano Gargarella, dalla giudice Monica Croci e da sei giudici popolari. Le motivazioni arriveranno tra novanta giorni. L'assoluzione dei due si basa sull'articolo 530, secondo comma: prove insufficienti o contraddittorie. Il tribunale dell'Aquila si è trasformato in una fortezza. Via XX Settembre piena di camionette della polizia e dei carabinieri. Anche la municipale in supporto. Code all'ingresso. Tutti perquisiti, tutti passati al metal detector. Centinaia di persone hanno atteso per ore di entrare in un'aula che molti hanno giudicato inadeguata. Qualcuno si è chiesto perché non abbiano usato l'aula magna. Dentro, decine di sostenitori palestinesi. Fuori, altri ad aspettare. La tensione era palpabile. Non a caso il presidente Gargarella e il pubblico ministero D'Avòlio vivono sotto scorta da tempo. Dopo la lettura della sentenza la strada è stata chiusa al traffico per far defluire la folla. I tre palestinesi vivevano all'Aquila. Avevano preso in affitto un piccolo appartamento nel centro della città. Da lì, secondo la Digos e il Servizio per il contrasto al terrorismo internazionale, coordinavano attività illegali. L'accusa: associazione a delinquere con finalità di terrorismo. Gli investigatori sostenevano che i tre facessero parte del Gruppo di Risposta Rapida, articolazione delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa. Un'organizzazione riconosciuta come terroristica dall'Unione Europea. Il loro obiettivo: compiere attentati, anche suicidi, contro civili e militari. Uno dei piani prevedeva di colpire un insediamento ebraico in Cisgiordania. Secondo l'accusa facevano proselitismo, reclutavano simpatizzanti, pianificavano azioni violente. Il tutto da un appartamento abruzzese, lontano dai riflettori. Gli avvocati difensori hanno smontato pezzo per pezzo l'impianto accusatorio. Per Yaeesh, l'unico condannato, hanno sostenuto che non esistono prove dirette di atti violenti contro civili. Per Irar e Doghmosh, assolti, la difesa ha puntato tutto sulle chat. Conversazioni in arabo, tradotte e interpretate dagli inquirenti. Ma secondo i legali quelle traduzioni sono sbagliate. Hanno presentato perizie di parte per dimostrarlo. Il punto chiave è che le prove si basano soprattutto su messaggi. Niente armi, niente esplosivi, niente documenti operativi. Solo parole. E su quelle parole si è combattuta la battaglia processuale. La Corte ha ritenuto sufficienti le prove solo per Yaeesh. Per gli altri due no. Quando è arrivata la sentenza l'aula è esplosa. I sostenitori palestinesi hanno iniziato a gridare. Fuori dal palazzo di giustizia la protesta è continuata. Molti hanno definito la condanna di Yaeesh ingiusta. Altri hanno festeggiato l'assoluzione dei due. La comunità Pro Pal ha seguito il processo con attenzione. Per loro si tratta di un processo politico, non giudiziario. Ritengono che le accuse siano montate, che l'Italia stia perseguitando i palestinesi per compiacere Israele. È stato un processo anomalo Resta il fatto che un processo per terrorismo internazionale si è svolto all'Aquila, con un tribunale trasformato in bunker. Scorte ai giudici, misure di sicurezza degne di un maxiprocesso. Un'aula inadeguata, tensione altissima, una sentenza che divide. La Corte ha deciso. Uno colpevole, due innocenti. Ma la vicenda non finisce qui. Ci saranno ricorsi, appelli, battaglie legali. E soprattutto resterà il dibattito: erano davvero terroristi o solo idealisti con opinioni radicali? Le motivazioni tra tre mesi daranno qualche risposta. Forse.