16 Gennaio 2026
L'Aquila apre domani il suo anno da capitale italiana della cultura. La cerimonia parte nella mattinata per poi continare nel pomeriggio. La città abruzzese ha vinto il titolo battendo altre nove candidate. Ora deve dimostrare che la scelta aveva senso. La nomina arriva sedici anni dopo il terremoto. Il 6 aprile 2009 una scossa di magnitudo 6.3 ha ucciso 309 persone e distrutto il centro storico. Molti aquilani vivono ancora fuori città, in case provvisorie o in nuovi quartieri periferici. Il centro si è svuotato. Prima del sisma aveva 70mila abitanti, oggi ne conta meno. La ricostruzione pubblica procede lenta. Alcuni edifici storici sono tornati visitabili: la Basilica di Collemaggio, simbolo della città, è stata riaperta nel 2017. La Fontana delle 99 Cannelle, monumento medievale, è di nuovo accessibile. Ma molte vie del centro restano transennate, i palazzi puntellati, le chiese chiuse. Il programma di capitale della cultura vuole invertire la tendenza. Gli eventi previsti sono oltre 200: mostre d'arte contemporanea, festival musicali, rassegne teatrali, incontri letterari, progetti per le scuole. L'assessorato alla cultura ha stanziato fondi per restaurare spazi pubblici e aprire nuovi musei. L'idea è usare la cultura come motore economico. Alcuni progetti hanno già attirato attenzione. La mostra "Rinascimento aquilano" porterà in città opere mai esposte insieme. Il festival di musica elettronica "Onde" userà location insolite, dai palazzi storici alle piazze ricostruite. Il teatro stabile organizzerà spettacoli gratuiti nei quartieri periferici, quelli dove vivono gli sfollati. La sfida vera però è un'altra: trasformare un anno di eventi in un cambiamento che duri. L'Aquila rischia di diventare una vetrina temporanea, bella da mostrare ma vuota dopo. Servono investimenti strutturali, non solo cultura mordi e fuggi. I dati dicono che la città ha bisogno di turisti. Prima del sisma arrivavano 150mila visitatori l'anno, oggi sono meno di 80mila. Il titolo di capitale potrebbe invertire il calo, ma serve un'offerta stabile: alberghi aperti, ristoranti funzionanti, trasporti efficienti. C'è anche una questione identitaria. L'Aquila viene ancora raccontata solo attraverso il terremoto. Ogni articolo, ogni servizio televisivo parte da lì. La cultura può offrire una narrazione diversa, mostrare che la città è altro: università, tradizioni, architettura medievale, paesaggi montani. Gli aquilani però restano diffidenti. Molti hanno visto promesse non mantenute, cantieri fermi, fondi spariti. Temono che la capitale della cultura sia l'ennesimo slogan vuoto. Altri invece ci credono. Vedono nei giovani che tornano, nei locali che riaprono, nei turisti che passeggiano segni di una rinascita possibile. Il sindaco ha promesso che il 2026 sarà un anno di svolta. Ha parlato di opportunità irripetibili, di rilancio definitivo. Le parole però non bastano. Serve dimostrare coi fatti che L'Aquila può ripartire davvero. Domani la cerimonia inaugurale dirà molto. Se sarà una parata di autorità con discorsi retorici, il messaggio sarà chiaro: siamo qui per la foto, non per cambiare le cose. Se invece la città metterà al centro i suoi abitanti, i progetti concreti, le idee nuove, allora forse questo anno avrà senso. L'Aquila ha un'occasione rara. Può usare la cultura per riscrivere la sua storia, per tornare a essere un luogo dove si vive, non solo dove si ricorda. Dipende da come saprà sfruttarla.