Liste d'attesa infinite: la regione è scivolata in una zona grigia

di Vanni Biordi

21 Gennaio 2026

L'Abruzzo arranca. Nel panorama sanitario nazionale, la regione si trova in una posizione scomoda: non è tra le eccellenze del Nord, non è tra le regioni del Sud più in difficoltà. È in una terra di mezzo, in una zona grigia dove le performance non bastano a garantire cure eque e tempestive. Il 21° Rapporto del Centro per la Ricerca Economica Applicata alla Sanità, presentato nella sede del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro a Roma, traccia un quadro chiaro. L'analisi riguarda il funzionamento della pubblica amministrazione sanitaria. E per l'Abruzzo i numeri parlano di una sofferenza strutturale. Il dato più grave riguarda le liste d'attesa. Sono croniche. I tempi per una visita specialistica o per un intervento programmato si dilatano oltre ogni ragionevolezza. I cittadini aspettano mesi, a volte anni. Molti si spostano in altre regioni, cercano cure altrove. È la mobilità passiva, quella che costa alla sanità abruzzese risorse e credibilità. Altri, quelli senza possibilità economiche o logistiche, semplicemente rinunciano. Non si curano. Questo blocco non nasce solo da inefficienza burocratica. Il problema è più profondo, manca coordinamento tra ospedali e medicina del territorio. Le ASL provinciali non comunicano tra loro, le agende non si parlano. Ogni presidio ospedaliero gestisce le proprie liste in autonomia, senza una visione d'insieme. Il risultato è che un paziente può aspettare mesi in una provincia mentre in un'altra, a pochi chilometri, ci sono posti liberi. La dimensione degli esiti è il termometro di questa inefficienza. Quando una regione non riesce a smaltire le liste, significa che il sistema non funziona. Non è questione di mancanza di medici o strutture, almeno non solo. È questione di organizzazione. Di metodo. Per uscire da questa palude serve una scelta netta. Digitalizzare tutto. Non basta informatizzare le prenotazioni. Serve un sistema integrato, unico, che copra l'intera regione. Un sistema che non si limiti a registrare richieste, ma che assegni priorità in base alla gravità clinica. Algoritmi che incrocino in tempo reale la patologia del paziente con la disponibilità effettiva di ogni singola ASL. Se un centro è saturo, il sistema deve dirottare automaticamente verso un altro. Senza che il paziente debba telefonare, insistere, perdere giorni. La gestione centralizzata delle agende è l'unica strada. Oggi ogni ospedale, ogni distretto, decide per sé. Domani serve una regia unica, trasparente, che riduca i tempi morti e restituisca ai cittadini il diritto a una sanità tempestiva. Non è utopia perchè altre regioni lo hanno già fatto. La Toscana, per esempio, ha adottato un sistema di prioritizzazione che ha ridotto le attese del trenta per cento in due anni. L'Emilia-Romagna ha introdotto piattaforme digitali che permettono ai medici di base di prenotare visite per i propri assistiti scegliendo tra tutte le strutture disponibili. L'Abruzzo può fare lo stesso. Ma serve volontà politica. Serve investire in tecnologia e in formazione del personale. Serve abbattere le resistenze interne, quelle di chi teme di perdere autonomia o potere. Perché il vero ostacolo non è tecnico, è culturale. Intanto, i cittadini continuano ad aspettare. Le liste si allungano, la fiducia nel sistema pubblico si consuma. Chi può permetterselo si rivolge al privato, aggravando le diseguaglianze. Chi non può, resta fermo. E la sanità abruzzese, impantanata in questa zona grigia, perde credibilità e risorse. Il rapporto del C.R.E.A. Sanità è un campanello d'allarme. Ignorarlo sarebbe un errore grave. Perché dietro ogni statistica, dietro ogni numero, ci sono persone. Pazienti che aspettano, che soffrono, che rinunciano. La politica ha il dovere di agire. Subito.

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