16 Febbraio 2026
Si è creata una geografia del disagio che, nelle tabelle della sanità italiana, vede l’Abruzzo scivolare verso un isolamento sempre più marcato. La fotografia scattata dalla piattaforma Agenas, che aggrega i dati dei Cup nazionali, non è soltanto un esercizio statistico, ma la cronaca di un diritto costituzionale che, a queste latitudini, sembra declinarsi con la lentezza di un’attesa infinita. Il dato più dirompente emerge dall’Asl di Teramo: per un ecocolordoppler alla carotide, un esame diagnostico fondamentale per la prevenzione vascolare, i tempi possono dilatarsi fino a 861 giorni. Oltre due anni di attesa per una prestazione che la normativa definisce programmabile entro i 120 giorni. «L'Abruzzo è di nuovo maglia nera per la qualità sanitaria», denunciano in una nota congiunta il segretario regionale del PD Daniele Marinelli, il senatore Michele Fina e il capogruppo Silvio Paolucci. Secondo gli esponenti dem, la gestione del Presidente Marco Marsilio avrebbe prodotto un triplice primato negativo: «Ultimi per prestazioni sanitarie, primi per debito e, conseguentemente, primi per tasse». Il nodo della questione, però, non risiede soltanto nei calendari saturati, ma in quello che l’opposizione definisce il «paradosso delle valutazioni». Al centro del dibattito, che approderà in Consiglio regionale tramite un’interpellanza, c'è il meccanismo premiale che regola le retribuzioni dei Direttori Generali. Il caso della Asl di Pescara appare paradigmatico di un cortocircuito informativo, da un lato, i dati interni all’Azienda attribuirebbero al manager punteggi di eccellenza, sostenendo che «oltre il 90% delle prestazioni rispetterebbe i tempi massimi di attesa». Dall'altro, la verifica ufficiale dell’Agenzia Sanitaria Regionale ridimensiona drasticamente la performance, attestandola al 61% e assegnando zero punti proprio sulla capacità di contenimento delle liste. «Due valutazioni opposte su una stessa realtà così sensibile non possono coesistere», incalzano Marinelli, Fina e Paolucci. «Mentre i cittadini aspettano anni per curarsi, emergono valutazioni che premiano chi dovrebbe invece essere chiamato a rispondere dei risultati». Il rischio, paventato con crescente preoccupazione, è quello di una frattura sociale irreversibile. Quando il sistema pubblico abdica alla sua funzione di tempismo, l’unica via d’uscita diventa il ricorso alla sanità privata. Ma non è una scelta per tutti. In una regione che già sconta le difficoltà di un bilancio sanitario in rosso, il rischio è che la cura diventi «un privilegio, se non una chimera». La politica regionale è ora chiamata a una risposta che non sia solo burocratica, ma strutturale, per restituire credibilità a un sistema che, tra premi ai dirigenti e attese millenarie, sembra aver smarrito il contatto con la realtà del territorio.