18 Febbraio 2026
L’Italia delle vette e dei pendii cerca un nuovo equilibrio, una sintesi necessaria tra la rigidità della norma e la complessità dei territori. Al centro di questo delicato processo di riforma si pone la Regione Abruzzo, che questa mattina, nella cornice istituzionale di Palazzo Silone a L’Aquila, ha tracciato il perimetro di quella che viene definita una svolta attesa da oltre mezzo secolo. Il Presidente Marco Marsilio e l’assessore agli Enti Locali Roberto Santangelo hanno presentato i dettagli della nuova legge sulla montagna, rivendicando per l’ente regionale un ruolo di capofila nel serrato confronto con lo Stato e le altre autonomie locali. La questione, che tocca corde profonde del tessuto sociale appenninico, ruota attorno alla ridefinizione dei parametri che identificano un Comune come «montano». Non si tratta di un mero esercizio di nomenclatura, ma della chiave d’accesso a risorse strutturali fondamentali per contrastare lo spopolamento. «Per la prima volta – ha sottolineato Marsilio con la fermezza del dato tecnico – esiste una legge pensata davvero per contrastare lo spopolamento delle montagne, un fenomeno che dura dagli anni Sessanta. Le risorse devono andare a chi vive condizioni di reale disagio». Il rischio, paventato dal vertice regionale, era quello di una dispersione a pioggia dei fondi: estendere indiscriminatamente la qualifica di area montana finirebbe, paradossalmente, per penalizzare chi in montagna vive e resiste davvero. L’intermediazione politica dell’Abruzzo in sede di Conferenza Unificata è stata determinante per correggere un impianto iniziale che appariva eccessivamente sbilanciato verso i criteri morfologici alpini, rischiando di tagliare fuori ben 59 comuni abruzzesi. Il dialogo con il Ministro Calderoli ha permesso di recuperare gran parte di questi territori, introducendo il principio di una «montagna plurale». Secondo Marsilio, i parametri non sono frutto di arbitrio ma del lavoro di una commissione tecnica. Il Presidente non ha però risparmiato una stoccata politica: «Le regioni di sinistra, pur essendo appenniniche, hanno votato contro solo per alimentare una battaglia sul territorio». Sul fronte dei servizi, l’assessore Roberto Santangelo ha voluto rassicurare le comunità locali in merito ai 27 comuni rimasti fuori dal nuovo perimetro. L'allarmismo su possibili chiusure di plessi scolastici o tagli ai servizi essenziali è stato rispedito al mittente come «strumentale». Santangelo ha chiarito che la Regione interverrà con fondi propri nelle cosiddette «zone di cerniera», garantendo continuità assistenziale e amministrativa. «Non ci sarà alcun rischio per la perdita di servizi essenziali», ha ribadito l’assessore, precisando inoltre che la nuova classificazione non inciderà sulla fiscalità dei terreni agricoli, materia che resta di competenza esclusiva del Ministero dell’Economia. La partita resta aperta sugli aspetti socio-economici, ma il solco è tracciato. L’obiettivo è trasformare la montagna da luogo della marginalità a laboratorio di nuove politiche abitative e produttive. In un Paese che troppo spesso ha guardato alle alture con nostalgia bucolica o distacco burocratico, la riforma punta a restituire dignità e strumenti certi a chi, sull'Appennino, ha deciso di scommettere il proprio futuro.