Un documentario sulla situazione dei Progetto C.A.S.E. all'Aquila

di Angelo Liberatore

06 Marzo 2026

In uscita il 7 marzo il documentario "Abitare il degrado - il caso dei Progetto C.A.S.E.", firmato da Gabriele Ferrara. Incontriamo il regista, assieme al mediatore culturale Gamal Bouchaib (che ha affiancato Gabriele Ferrara nella realizzazione del documentario) nel polo abitativo di Preturo, zona ovest dell'Aquila. La produzione è una fotografia della realtà e della condizione che oggi si vivono negli insediamenti abitativi costruiti nell'immediato post terremoto 2009. «Ci abbiamo impiegato quasi un anno per poterlo realizzare - spiega il regista Gabriele Ferrara - le immagini sono quelle che raccogli e quelle che osservi: partendo da quelle che sono le aree di aggregazione dove mancano i parco giochi, e quindi proprio spazi dedicati alle famiglie e ai bambini. Ci siamo poi focalizzati sul tema delle barriere architettoniche sia per anziani che per che per i disabili, e poi non abbiamo tralasciato i casi di disperazione». «Infatti - prosegue Gabriele Ferrara - il documentario tratta anche quei casi di suicidio che abbiamo avuto a L'Aquila, e che non hanno risparmiato neanche i progetto C.A.S.E., e poi anche le morti di overdose: sono tanti fenomeni che in qualche modo ci spingono anche ad interrogarci su quale è il contesto abitativo, e noi facciamo realmente questo». I Progetti C.A.S.E., dopo il sisma, furono una risorsa fondamentale; ora, però, molto spesso sono caratterizzati da incuria e abbandono e diventano anche oggetto di atti vandalici. «Noi - dichiara il mediatore culturale Gamal Bouchaib - vogliamo che si prenda consapevolezza che questo stato qua nuoce alle nuove generazioni. Non fa altro che creare, acuire e normalizzare il disagio, e se una società vuole morire fa proprio questo: normalizza il disagio». Un concetto su cui Gabriele Ferrara spinge molto nel documentario è quello di una "provvisorietà senza reali prospettive". «Non c'è alcuna visione futura - dichiara Ferrara - perché i Progetto C.A.S.E. rimangono sempre provvisori, a differenza delle case popolari che possono essere riscattate nel tempo potendo diventare quindi un bene proprio. In questo caso, invece, le persone rimangono in una condizione provvisoria e anche, se vogliamo, abbandonate al loro destino». L'obiettivo ultimo di "Abitare il degrado - il caso dei Progetto C.A.S.E." non è però soltanto quello di raccontare l'esistente. Vuole anche toccare nel profondo le coscienze, e fare in modo che ci sia un cambio di paradigma nell'attenzione al futuro di questi luoghi. «Noi - a parlare è Gamal Bouchaib - stiamo dicendo, come cittadini, che l'idea di una città non deve essere di una città di Serie A e una città di Serie B. Nei Progetto C.A.S.E. vivono 6.700 anime e noi pensiamo che una città che vuole progredire non deve creare dei dormitori, ma deve creare dei veri spazi urbani». I Progetti C.A.S.E., in alcuni frangenti, sono stati messi al centro di strategie per rigenerazione e riuso (si pensi alla Scuola dei Vigili del Fuoco o al Centro per il Servizio civile universale). Ma questo non sarebbe conunque sufficiente. «Io penso - conclude Gamal Bouchaib - che oggi siamo di fronte a un'emergenza, non solo abitativa ma di degrado e di abbandono, alla quale si deve dire "basta". Ed alla politica chiediamo di affrontare il problema, di prendere le redini e decidere domani mattina, con date certe da riferire alla cittadinanza, quale sia il cronoprogramma e quale la prospettiva sociale e politica per gli insediamenti del Progetto C.A.S.E.» 

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