17 Febbraio 2026
L’Auditorium Ance dell'Aquila si trasforma nel presidio civile di una resistenza costituzionale che guarda con apprensione alle urne del 22 e 23 marzo. L’incontro pubblico, convocato per analizzare la riforma della Giustizia a firma Nordio-Meloni, ha assunto i toni di un esame profondo sulle fondamenta dello Stato di diritto. Non si è trattato di una semplice passerella politica, ma di un confronto tecnico-giuridico volto a svelare ciò che, secondo i detrattori, si cela dietro il paravento dell’efficienza giudiziaria. Ad aprire il dibattito è stato l’avvocato Carlo Benedetti, responsabile Giustizia del PD provinciale, il quale ha tracciato il solco di una discussione che ha visto convergere voci della magistratura e dell’avvocatura. Il nodo della questione non è tecnico, ma squisitamente democratico. La tesi emersa è quella di una riforma che non è stata concepita per il cittadino che attende anni per una sentenza, né per alleviare il dramma delle carceri sovraffollate o per colmare le piante organiche dei tribunali. Al contrario, l'impianto legislativo appare ai presenti come uno strumento di auto-tutela del potere politico. Il senatore Michele Fina e l’avvocato Sergio Della Rocca hanno sottolineato come l’intervento sulla Carta rischi di spezzare quel «delicatissimo sistema di pesi e contrappesi» che ha garantito la tenuta democratica dal dopoguerra a oggi. Il timore è che la figura del magistrato, privato della sua piena autonomia, possa scivolare sotto l'influenza, diretta o indiretta, del governo di turno. In quest'ottica, la riforma della Giustizia non sarebbe che il primo tassello di un mosaico più ampio che punta al presidenzialismo. Particolarmente incisivi gli interventi dei tecnici: il giudice del lavoro Riccardo Ionta e Andrea Padalino Morichini, già procuratore di Avezzano, hanno evidenziato come la «terzietà» del giudice sia l'ultimo baluardo a difesa delle libertà individuali. Se il controllo di legalità viene limitato, il potere politico si trova a operare in un vuoto di sorveglianza che evoca spettri di torsioni illiberali. Le conclusioni sono state affidate a Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del PD nazionale, che ha richiamato alla mobilitazione: «Dire No significa difendere la Costituzione e farsi argine alla deriva autoritaria». Secondo la deputata, la vera priorità sarebbe investire su mezzi e personale, non riscrivere le regole del gioco per asservire il diritto alla politica. La sfida per il 22 marzo è dunque lanciata: la difesa di un sistema dove la legge sia, davvero, uguale per tutti e sopra ogni potere.